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Da qualche mese siamo entrati nell’Anno dedicato ad approfondire la figura e la spiritualità del sacerdote, inteso nella sua accezione di ministero ordinato. Il rischio di cadere in facili schematizzazioni è in agguato se non si tiene nel dovuto conto l’intera pro-esistenza del sacerdote chiamato a servire i fratelli nella piena fedeltà all’unico Cristo (cfr. Mt 23,8.10). La pro-esistenza ha il significato di una vita completamente spesa per gli altri. Tale atteggiamento nasce dall’assenza di ogni autoreferenzialità per “essere-per-gli-altri”. Un parroco che si spende incondizionatamente per la gente diviene testimone credibile dell’amore di Dio. Solo l’amore è infatti credibile. I fedeli non vogliono vedere un parroco arroccato nel mondo dei suoi affari, ma desiderano incontrare un uomo che si sporca le mani conquistando i cuori delle persone. Il sacerdote è chiamato a ricalcare in tutto le orme (cfr. 1Pt 2,21) di Colui che per noi si è fatto povero (cfr. 2Cor 8,9); egli è pertanto immagine del Cristo, servus caritatis : «Il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28; Mc 10,45). Il servizio del sacerdote si pone nel dinamismo di spoliazione delle proprie vedute personali per portare gli uomini all’incontro con Colui che si è spogliato delle prerogative divine: «Come dimenticare, in proposito, che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in “ladri delle pecore” (Gv 10,1ss.), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte? Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare» (Benedetto XVI).
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