December 18th, 2008
Noi sappiamo che essa [la festa del Natale] celebra l’avvenimento centrale della storia: l’Incarnazione del Verbo divino per la redenzione dell’umanità. San Leone Magno, in una delle sue numerose omelie natalizie, così esclama: «Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura. Perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra salvezza, che, promesso, all’inizio e accordato alla fine dei tempi, è destinato a durare senza fine» (Homilia XXII). Su questa verità fondamentale ritorna più volte san Paolo nelle sue lettere. Ai Galati, ad esempio, scrive: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…perché ricevessimo l’adozione a figli» (4,4). Nella Lettera ai Romani evidenzia le logiche ed esigenti conseguenze di questo evento salvifico: «Se siamo figli (di Dio), siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (8,17). Ma è soprattutto san Giovanni, nel Prologo del quarto Vangelo, a meditare profondamente sul mistero dell’Incarnazione. Ed è per questo che il Prologo fa parte della liturgia del Natale fin dai tempi più antichi: in esso si trova infatti l’espressione più autentica e la sintesi più profonda di questa festa e del fondamento della sua gioia. San Giovanni scrive: «Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis / E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). (Riflessione di Benedetto XVI sul mistero del Natale - Intervento in occasione dell’Udienza generale, CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 17 dicembre 2008)
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December 8th, 2008
Nel pomeriggio di giovedì prossimo, 11 dicembre, incontrerò nella Basilica di San Pietro gli universitari degli Atenei romani, al termine della Santa Messa che sarà presieduta dal Cardinale Agostino Vallini. In occasione dell’Anno Paolino, consegnerò ai giovani studenti la Lettera ai Romani dell’apostolo Paolo, e sarò lieto di salutarli, insieme con i Rettori, i docenti e il personale tecnico e amministrativo, in questo tradizionale appuntamento che prepara al Santo Natale. (Benedetto XVI)
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December 6th, 2008
Nell’ospitalità un ruolo importante è svolto dalla comunità residente - ne abbiamo già accennato -, la quale ha la possibilità di attestare come questo luogo, se parliamo per es. di una chiesa, sia ancor oggi vivo e non un’attrazione museale. Lì in genere si riunisce una comunità che vi professa la propria fede e la “abita” con la sua presenza, i suoi canti e le preghiere. Possono essere questi residenti a mettersi a disposizione dei visitatori per illustrare il patrimonio artistico e manifestare in diverse forme l’ospitalità. Ciò non si improvvisa e non è privo di difficoltà, ma richiede soprattutto rispetto per la cultura altrui e giusta fierezza per i valori della propria identità. Facciamo qui riferimento all’apostolo San Paolo, del quale celebriamo quest’anno il bimillenario della nascita, e ricordiamo il suo invito rivolto ai cristiani a realizzare un’accoglienza veramente fraterna: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7).
L’accoglienza, inoltre, necessita di pace, che può nascere proprio dall’apertura verso gli altri, dall’amicizia e dalla solidarietà. (Dall’’intervento pronunciato sul tema “La Chiesa e il turismo religioso” dall’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, rivolgendosi agli studenti del Master in Economia e Management delle attività turistiche e culturali dell’Università di Tor Vergata di Roma, 6 dicembre 2008)
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December 1st, 2008
El pueblo de Israel, desde que nace, es un aprendiz de oyente. Está siempre a la espera de una palabra de Dios. Sin ella se desconcierta. El que no oye, no es capaz de hablar, ni de comunicarse, ni de responder a la palabra. El Padre llama al ser humano para que sea oyente de Jesús: “Este es mi Hijo, el Elegido. Escuchadlo a él” (Lc 9,35). En la Iglesia que nace de la Pascua, el Espíritu Santo abre los oídos de los oyentes para que acojan la buena noticia de la salvación. “Una mujer llamada Lidia… nos estaba escuchando. El Señor abrió su corazón para que aceptara las cosas que Pablo decía” (Hch 16,14).
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December 1st, 2008
Cari fratelli e sorelle, in quest’inizio dell’Avvento, quale miglior messaggio raccogliere da san Lorenzo che quello della santità? Egli ci ripete che la santità, cioè l’andare incontro a Cristo che viene continuamente a visitarci, non passa di moda, anzi, col trascorrere del tempo, risplende in modo luminoso e manifesta la perenne tensione dell’uomo verso Dio. Questa ricorrenza giubilare sia pertanto occasione per la vostra comunità parrocchiale di una rinnovata adesione a Cristo, di un maggiore approfondimento del senso di appartenenza al suo Corpo mistico che è la Chiesa, e di un costante impegno di evangelizzazione attraverso la carità. Lorenzo, testimone eroico di Cristo crocifisso e risorto, sia per ciascuno esempio di docile adesione alla volontà divina perché, come abbiamo sentito l’apostolo Paolo ricordare ai Corinzi, anche noi viviamo in modo da essere trovati “irreprensibili” nel giorno del Signore (cfr 1 Cor 1,7-9). (Discorso di Benedetto XVI a San Lorenzo fuori le Mura, per il 1750° anniversario del martirio di San Lorenzo, 30 novembre 2008 ; ZENIT.org).
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December 1st, 2008
Con questa liturgia vespertina, iniziamo l’itinerario di un nuovo anno liturgico, entrando nel primo dei tempi che lo compongono: l’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo usa proprio questa parola: “venuta”, che in greco è “parusia” e in latino “adventus” (1 Ts 5,23). Secondo la comune traduzione di questo testo, Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a conservarsi irreprensibili “per la venuta” del Signore. Ma nel testo originale si legge “nella venuta” (en têi parousíai), quasi che l’avvento del Signore fosse, più che un punto futuro del tempo, un luogo spirituale in cui camminare già nel presente, durante l’attesa, e dentro il quale appunto essere custoditi perfettamente in ogni dimensione personale. In effetti, è proprio questo che noi viviamo nella liturgia: celebrando i tempi liturgici, attualizziamo il mistero – in questo caso la venuta del Signore – in modo tale da potere, per così dire, “camminare in essa” verso la sua piena realizzazione, alla fine dei tempi, ma attingendone già la virtù santificatrice, dal momento che i tempi ultimi sono già iniziati con la morte e risurrezione di Cristo. (Il Papa per i primi Vespri della prima Domenica di Avvento, 30 novembre 2008)
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November 29th, 2008
“Praticare la giustizia”, come Gesù stesso ha rivelato domenica scorsa, vuol dire: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere” (Mt 25,35s). Quanto alle Vie da ricordare, sappiamo dall’apostolo Paolo che si riducono tutte ad una sola: “…e io vi mostrerò una via migliore di tutte….ma di tutte la più grande è l’amore!” (1Cor 12,31; 13,13). Facendosi eco di questo grido, la piccola Teresa molti secoli dopo scrive: “Compresi che l’Amore racchiude tutte le vocazioni, che l’Amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola: che l’Amore è eterno!” (Storia di un’anima, manoscritto B, Santa Teresa di Gesù Bambino). (I Domenica di Avvento/B -“Se Tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19, di padre Angelo del Favero; Venerdì, 28 novembre 2008, ZENIT.org).
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November 22nd, 2008
C’è un altro mezzo poi che viene usato volentieri nel Rinnovamento Carismatico, ma non solo, ed è quello - dopo aver pregato - di fare un atto di fede, di aprire la Bibbia pensando di trovarci una risposta del Signore, o alle volte addirittura decisioni da prendere in base alla Parola di Dio che ci capita sotto gli occhi. Questo è un mezzo non inventato oggi dal Rinnovamento Carismatico. Per esempio, è quello che accadde a Sant’Agostino, che nel momento cruciale della sua conversione, aveva con sé le Lettere di San Paolo e aprendole deciso a prendere come volontà di Dio il primo passo che vi avrebbe letto, gli capitò Romani 13, dove si dice: “non fra impurità e licenze”, “indossiamo le armi della luce”. Subito sentì che leggendo gli veniva addosso una luce e una serenità tali che capì di poter vivere casto. Lo stesso accadde a san Francesco, quando non sapeva ancora cosa fare, andò in una chiesa e aprì tre volte il Vangelo e ogni volta usciva fuori un brano che parlava dell’invio degli apostoli senza bastone, bisaccia, senza denaro, senza due tuniche, e disse: questo è quello che il Signore vuole per noi. Ma gli esempi si moltiplicano fino ai nostri giorni. Teresa di Lisieux non sapeva che cosa fare, aprì la Lettera ai Corinzi e vi trovò la sua vocazione a essere il cuore, a essere la carità. (Consigli di padre Cantalamessa per scoprire la Parola di Dio - ROMA, venerdì, 21 novembre 2008, ZENIT.org
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November 17th, 2008
Questo è il tesoro che Gesù ha affidato ai suoi amici, al termine della sua breve esistenza terrena. La parabola odierna insiste sull’atteggiamento interiore con cui accogliere e valorizzare questo dono. L’atteggiamento sbagliato è quello della paura: il servo che ha paura del suo padrone e ne teme il ritorno, nasconde la moneta sotto terra ed essa non produce alcun frutto. Questo accade, per esempio, a chi avendo ricevuto il Battesimo, la Comunione, la Cresima seppellisce poi tali doni sotto una coltre di pregiudizi, sotto una falsa immagine di Dio che paralizza la fede e le opere, così da tradire le attese del Signore. Ma la parabola mette in maggior risalto i buoni frutti portati dai discepoli che, felici per il dono ricevuto, non l’hanno tenuto nascosto con timore e gelosia, ma l’hanno fatto fruttificare, condividendolo, partecipandolo. Sì, ciò che Cristo ci ha donato si moltiplica donandolo! E’ un tesoro fatto per essere speso, investito, condiviso con tutti, come ci insegna quel grande amministratore dei talenti di Gesù che è l’apostolo Paolo. (Benedetto XVI: “ciò che Cristo ci ha donato si moltiplica donandolo”, Città del Vaticano, domenica, 16 novembre 2008, ZENIT.org)
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November 14th, 2008
Gesù insegna che il tempio di Dio è, primariamente, il cuore dell’uomo che ha accolto la sua parola. Parlando di sé e del Padre dice: “Noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23) e Paolo scrive ai cristiani: “Non sapete che voi siete il tempio di Dio?” (1 Cor 3, 16). Tempio nuovo di Dio è, dunque, il credente. Ma luogo della presenza di Dio e di Cristo è anche là, “dove due o più sono riuniti nel suo nome” (Mt 18, 20). Il concilio Vaticano II arriva a chiamare la famiglia cristiana una “chiesa domestica” (LG, 11), cioè un piccolo tempio di Dio, proprio perché, grazie al sacramento del matrimonio, essa è, per eccellenza, il luogo in cui “due o più” sono riuniti nel suo nome. (Il predicatore del Papa: frequentare la Chiesa non è una pratica esteriore - Padre Cantalamessa sulla festa della Dedicazione della Basilica Lateranense - CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 7 novembre 2008 (ZENIT.org)
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